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Caro Dio,

mi rivolgo a lei perché mi hanno detto che tu sei l’autorità più alta che esiste sulla faccia della terra.

Qui non se ne può piu.

Io mi sono gia rivolto a san Gennaro. Mio padre mi aveva detto che lui crede solo a lui, e a nessun altro. E invece manco lui mi ha esaurito.

Non soddisfatto mi sono rivolto agli altri santi. A san tantonio, a santa rita da Cassia, a san francesco (perche lui è buono e ho letto sul libro di lettura che riusciva pure a parlare coi lupi e farli diventare buoni come gli agnelli).

Poi non mi hanno ascoltato neppure loro. Allora ho provato a domandare alla Madonna. Mi hanno detto che lei è la mamma di tutti. Io che la mamma non ce l’ò perche e morta l’hanno scorso, speravo che almeno lei mi sentisse. E invece niente.

Nemmeno lei mi ha sentito.

Adesso ho preso il coraggio e ho deciso di scrivere a te DIO onnipotente. Perché mio padre fa il cattivo. e per colpa sua io vado male a scuola.

Da quando è morta mia mamma lui si ubbriaca tutte le sere e mi hanno detto che va anche con le donne. E così io e mia sorella dobbiamo stare a casa da soli. Io c’ò sette anni e mia sorella 5. Perciò io devo fare l’uomo. Ma pero da quando la televisione si e rotta io non riesco a sapere come si deve fare per far passare tutte quelle ore di sera prima che quel fetentone di mio padre si decida a tornare a casa.

Poi quando siamo stanchi, io e mia sorella che si chiama Federica, io mi chiamo claudio, andiamo a leggere un libro. Ma ormai l’abbiamo letto troppe volte. Sempre lo stesso libbro. Io so leggere perchè faccio già la seconda elementare, mia sorella scolta quello che leggo io. E quando è stanca mi cade sulle schiena e si addormenta. Allora io la spoglio e la metto a letto. Poi mi metto a letto anche io ma sto con gli occhi aperti fino a quando non torna mio padre.

La mattina suona la sveglia, quella bella verde che era di mia madre, l’unica cosa che mio padre non si è ancora venduta, e poi mi alzo. Ma sono ancora tutto insonnolito dal sonno della notte. Sveglio a mio sorella e la preparo. Ci scaldo il latte e ci do’ i biscotti. Poi l’accompagno all’asilo infantile, che per fortuna e situata proprio vicino alla mia scuola e vado a scuola.

DIO il banco della scuola è duro ma a me mi viene sonno lostesso. Non ce la faccio a sentire quello che dice il maestro. E lui regolarmente si ncazza con me perche non sto attento alla lezione.

Dice che non tengo buona volontà. Ma io non è che non tengo buona volonta, è proprio che c’ò tanto sonno che non riseco a tenere gli occhi aperti da quanto sonno che o.

Io allora non posso resistere più. E ti chiedo Non potresti farmi stare sveglio durante la scuola, cosi il maestro non s’ncazza piu con me?

Tu che di miracoli te ne intenti, anzi non ti volevo offendere. So che tu sei il capo dei miracoli. Tu hai insegnato a farli a tutti. I santi e la madonna.

Adesso io mi sono rivolto a te perche non so piu che santo votarmi.

Dio mio fammi stare sveglio durante la scuola. Perche io a quello non lo sopporto più. Grida solo con me. Dice che io non ci dovrei nemmeno andare a scuola nelle condizioni che sto. Ma io che ci posso fare se c’o sonno?

Fammi contento Dio e fammi restare sveglio. Fammi essere come quelli che vanno a dormire la notte nel letto che dormono tutta la notte.

Fammi il miracolo. E io ti prometto che non faccio più i brutti pensieri vicino a susanna e non frego piu la merenda a Maurizio. Te lo prometto.

Grazie Dio, vedi se almeno tu mi puoi ascoltare. Senno io divento scemo aprresso a lui.

Il maestro mi sgrida sempre. Non farmi sgridare piu.

Ti ringrazio e ti saluto. Dammi un bacetto alla mia mamma quando la vedi.

Io aspetto qui.

Claudio

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Lo vuoi un po’ d’amore?

Il mio non è di gran valore.
Poche lacrime d’affetto.
Sono stille di dolore.

Sulla pancia un peso duro che mi opprime e che mi angoscia. E non mi lascia respirare.
Avevo preso carta e penna per scriverti qualcosa. Ma poi giunsi a questi scogli.
Nella mente la dolcezza del racconto appena letto.
Una storia delicata ascoltata cento volte.
Ma ogni volta sempre nuova.
Perciò l’ho letto e l’ho riletto, con pazienza e attenzione. Scoprendo sempre cose belle.
Sentimenti palpitanti di mille immagini a colori.
Emozioni sempre forti. Delicate a onde lievi.
Che ti smuovono il profondo.
Ed era tuo. Solo tuo.
Il racconto di Serena.

La vita? Io ci sto con leggerezza, malgrado i pesi sulla pancia.
E tu?
Non lo vuoi un po’ d’amore?
Forse non è di gran valore.
Ma sono lacrime d’affetto.
Perché son stille di dolore.

La fantasia va lontano. Per evitare la durezza. Almeno quella di stanotte. Fino all’alba di domani.

Serena, amore grande del mio cuore, sempre caldo, sempre mio. Dipingi quadri di poesia. Che poi richiudi nel tuo petto.
L’attesa è troppo, troppo lunga. Durerà tutta la notte.
Qui sospeso fra il tuo Carso appena in fiore e il mio mare troppo calmo, io ti cerco in mezzo al bosco, o tra i sassi nella spiaggia.
Verso EST e verso SUD, dove luci tremolanti, o poche stelle sul deserto, mi confortano l’arsura.
Di mamma premurosa sei la figlia sua morente. Di mamma generosa, schiacciata dall’angoscia. Affranta dal dolore.
L’orologio batte l’ore della notte e della morte, troppo lente per la vita. Troppo svelte per la fine.
L’aria è scura. Cupa e scura.
La luce è andata col fragore della sera.
Ora, nella piccola stanzetta che dà sull’altipiano, avvolta da polvere e mistero, c’è una fiammella tremolante d’una piccola candela.
La intravedo da quaggiù. Sepolto come sono dai massi e dalla colpa.
Quanti segreti in quella stanza. Che dà sull’altipiano.
Si spegnerà appena all’alba, la tua piccola fiammella. Trascinandosi la vita di ragazza sconvolgente.
Le tue stille non andranno mai disperse, nell’universo troppo grande di fringuelli e predatori. Saranno tutte qui raccolte, nel calore del mio petto ormai squarciato, dall’ordigno della morte innaturale.

Non posso più salvarti. Non so come aiutarti.
Piango ad ogni piccolo fruscio dell’ondina che si muove.
Il mio sesso disperato è sempre stato rifiutato. Forse perché non sa mai donare vere stille di diamante.
Eppure fa tantissima paura, perché è come un’alluvione.
Serena! Amore mio infinito.
Ossessivamente vedo scene della mia disperazione.
Fra il tuo Carso e il mare mio. Sotto il cielo di Trieste.
Ti offrivo la mia vita. Solo in cambio d’una stilla.
In fondo… ti chiedevo d’esser solo tutta mia.

Quando la stella passerà, tra meno d’un baleno, saremo insieme in qualche spazio, con amore e con passione.
Ma passano davvero gli astri in cielo? O son fermi sulla volta nera e scura?
Vorrei riavvolgere il mio tempo. Per evitare la mia morte.

Avevo in mente mille fiori sulla tua tomba tutta bianca, deposti sempre freschi al manifestarsi d’ogni dì. Da queste mani innamorate.
Ma il muro sulla pancia m’impedisce ormai ogni mossa. E si fa sempre più tosto. Che mi stritola le ossa.

Io non ho visto la mia mamma, e neppure il mio papà. Forse stanno in qualche luogo, ma se ormai sono già morti non so neppure se son sepolti.
Fui scacciato dalla casa, e adesso dalla tomba.
Se son morti non ho diritto più di piangerli, come in vita non ho potuto mai amarli.
Avevo te… m’illudevo io d’averti.
Tu m’eri mamma e padre e donna, e anche un po’ sorella e amica, e tutto. Tutto il resto.
Ma il mio amore non vale niente. L’hai rifiutato ieri sera.
Volevo solo possederti.
E ho perso ogni ragione. O forse l’ho trovata.

Ma Tu, almeno Tu Dio del cielo, Tu lo accetti il mio amore?
Tu le vuoi le mie stille di dolore?
Tu mi guardi e mi proteggi. Ma la mia vita d’orfanello, tanto magra e assetata, proprio non riesco a sistemarla.
Serena…

Erano stille di bontà, e pepite d’oro fino, i tuoi baci e i tuoi abbracci mai del tutto assaporati.
Sei la punizione più crudele.
Hai accettato il mio cuore tanto cupo e proprio indegno.
Ma non il mio strumento di piacere.
Perciò t’ho messo la granata.
Ora, ancora più colpevole, vado a cercarmi il mio dolore. Perché soffrire è troppo dolce quando s’è stati deprivati.
L’avevo fabbricata in gran segreto. Preparando questo scoppio che ha sconvolto l’altipiano.
Cento chili di tritolo. Tutti per te e la tua mamma.
Un ordigno di terrore che purifica e cancella.
Al posto del mio seme ch’era stato rifiutato.
Fortunata quella figlia che può morire con la mamma.
Quanto devi averla amata quella mamma, e la tua casa sgretolata dall’ordigno.
Unico scrigno s’è salvato il tuo rifugio di ragazza. Quella tua piccola stanzetta, a mala pena rischiarata da un moccolo di cera. Che darà un po’ di luce e una vita assai incerta, almeno fino all’alba.

Anch’io morrei tra le braccia della mamma. Ma volevo prima perdermi nel tuo ventre di velluto.
Il peso mi grava sulla pancia. Ormai fardello travolgente. Seppellito come sono sotto i massi proiettati, dal mio stesso botto ardito.
E’ l’aurora.
E’ tempo di morire.
Per favore ancora stille.
Che non siano però le mille lacrime di sempre che d’amaro mi riempiono le tempie martellanti. Che il sapore della vulva, inumidita di piacere, disciolga almeno un po’ di questo peso intransigente.

Così ché forse pure io, finalmente liberato, possa scrivere un racconto. Che non sia come sempre, una tragedia sciagurata.

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Vuoi costruire un bel castello?

Un’impresa assai gravosa per un tipo tanto scarso.

Ma che ricca quest’idea!

E’ davvero molto bello aver fortezze ben munite.

Tante cose sono buone, ma talvolta in ver pazzesche.

Tu non riesci a dire questo. Non vorresti mai ferire.

Hai l’ardire d’un vigliacco.

Quel che fai deve valere. Dev’esser sempre per qualcosa.

A vantaggio di qualcuno.

Sempre, sempre devi donare.

Ma stavolta devi fare un rifugio tutto tuo.

Devi farlo proprio adesso.

Un castello restaurato. Il mausoleo per la storia.

Ed ecco dunque il gran progetto:

due spicchi d’amarezza,
quattro gocce di tristezza,
un pugno d’odio tutto trito,
solo un giro di veleno,
un buon pizzico d’angoscia,
una manciata d’ansia pura,
quattro attacchi di dolore,
una spruzzata di rancore,
tanto… tanto malumore,
anche un po’ d’irritazione.
Tre cucchiai di paura.

Metti tutto in una coppa. Ma che sia immonda e lercia.

Poi recati nel bosco in una notte di tregenda.

E nel mezzo di Natura, trangugia tutta la pozione in un’unica sorsata.

E sta’ piegato giù in terra… in ginocchio come un vinto!

Piangi… piangi quel che puoi.

Urla cazzo menestrello. Grida. E proclama il tuo dolore.

Questa volta non ce l’hai. Non ce l’hai l’asso che vince.

Sei solo e lo sarai. I tuoi compagni sono morti.

E tu non devi viver più.

Ma infine fa’ il castello, perché sia un gran sepolcro.

Per morire e per svanire….

E adesso muori. Finalmente!

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Scrivo per curare.

Mi piace stupire. Amo esprimermi e comunicare fino in fondo. Se poi c’è qualcuno che legge le cose che scrivo, mi sento gratificato al punto da provare l’euforia di chi beve forte.

Scrivo per commuovere. E per piangere.

Scrivo perché mi fa sentire vivo. E buono.

Le parole nascono dalla pancia, attraversano il cervello e fluiscono lungo il braccio. La mano compie il gesto e fissa le immagini sulla carta. Gli occhi guardano la mano che scrive. Il foglio si riempie di significato. E mi sento bene.

La ragazza del computer batte il manoscritto sulla tastiera. Io rileggo e correggo. Con una frenesia che serpeggia dal fegato alle tempie. Un’agitazione del bambino che deve partire il giorno dopo per le vacanze e va a dormire tardi per non lasciarsi sorprendere dal sonno.

Il bambino aspetta i doni del Natale come se provenissero direttamente dalla pancia della mamma.

Il manoscritto, trasformato in testo digitale, contiene i doni che mi faranno i lettori quando rideranno e piangeranno.

Ma io sono un bambino adulto e avido, e i doni non mi bastano mai. Qualcuno lo capisce e allora stampa il mio testo per conservarlo più a lungo. Nel tempo.

I più generosi scrivono un cenno di risposta. Sempre lusinghiero.

I sadici leggono e tacciono.

I bisognosi scrivono in privato per condividere. Per partecipare.

I masochisti invidiano in silenzio.

Scrivo per amare. E’ il mio modo di esistere per l’altro.

Scrivo per essere amato da tutti. E’ il mio modo di sentirmi abbracciato.

Scrivo per rubare l’affetto di chi legge. E rubo le donne degli uomini onesti che credono di non saper scrivere.

Scrivo per materializzare i sogni delle bambine ormai donne, diventate mamme troppo in fretta.

Scrivo per dare un volto ai dispiaceri degli uomini che soffrono. Per trasformare in lacrime il loro dolore.

Scrivo per fondermi con l’Universo. Per volare. Per nuotare. E per vivere.

Scrivo per non morire. Per illudermi di essere immortale. Scrivo per non separarmi. Per non lasciare mai. Per non essere abbandonato.

Scrivo per arrampicarmi sugli alberi. Per invocare il perdono di Dio.

Scrivo per sognare.

Mi aggiro a testa in su per i boschi dove crescono i racconti da narrare.

La luce filtra dall’alto e si divide in mille raggi. In ognuno milioni di granelli. Danzanti per l’attimo di luce, per svanire poi nell’ombra. In ogni granello un mondo.

Meraviglie che scopri quando corri a piedi nudi nell’erba.

Un albero per un racconto, una poesia per un lampone.

Una fragoletta e un mirtillo per un sogno d’amore mai vissuto.

Scrivo i sogni mai sognati. Offro l’affetto mai provato. Scrivo per cantare e per lenire il dolore mai sofferto dai prigionieri del pensiero.

Dono me stesso a tutti. Uomini e donne. E mi sento onnipotente. Per questo sono insoddisfatto. E torno a scrivere. Per dare. Per prendere.

Parole urlanti scritte per tacere… parole silenziose scritte per ascoltare.

Parole preziose.

Scrivo per guarire!

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Questa pagina bianca è un deserto accecante.

Voglio rompere il silenzio. Urlare il dolore dell’anima ferita.

Voglio farlo. Ma chi mi ascolterà?

Mi piacerebbe inondare quest’ospedale con grida strazianti. Vorrei piangere.

Invece continuo ad emettere rantoli soffocati dall’inibizione e dal pudore.

Non so se riuscirò a dirlo. Ma so che devo farlo.

E lo farò.

Sono in questa stanza da oltre un mese. Un’eternità. Ma temo che presto sarò dimessa. Mentre io vorrei restare qui per sempre.

Perché qui dentro mi sento al sicuro.

Non so come sarò fuori di qui. Sono cresciuta. Ormai.

Il cielo insolente dilaga nei miei occhi attraversando impudente l’enorme vetrata, che non mi ripara da niente. Le nuvole laggiù. Sulle cime lontane dei monti azzurrini.

Tra le aiuole il vento. Gioca con gli arbusti. Mentre l’azzurro radioso mi ferisce e mi offende.

Là fuori la vita. Credo.

Sono diventata maggiorenne da poco. Adesso posso votare, firmare assegni, prendere la patente. Posso comprarmi una casa e una macchina. Sono adulta. E posso anche sposarmi.

Echi lontani. Pensieri ossessivi che mi girano in testa come mulinelli di sabbia.

Cose inutili.

Sempre quelle. Sempre le stesse.

Ma che cazzo significa essere maggiorenne…

Non lo capisco più.

Era la mia festa. Doveva essere la più bella. E ho ricevuto due regali bellissimi. Tobia è morto, e io sono stata ferita. Nel corpo e nell’anima.

Mi scende una lacrima. Strano. La prima dopo tanto.

Bagna il mio foglio. Creando un’oasi nel deserto senz’anima di questa carta abbagliante.

Voglio provare a scrivere la storia della mia sconfitta. La psicologa dice che mi farà bene.

Ero uscita alle quattro del pomeriggio per portare Tobia a passeggio.

Avevamo appena finito il pranzo della festa. Coi i nonni e gli zii.

Facemmo il giro dell’isolato. Come al solito. Volevo rientrare presto. Per salutare gli invitati.

Ma quando stavamo per girare si avvicinò una cagnetta randagia. Tobia si agitò di brutto. Mi dette uno strattone, e si è liberò del guinzaglio.

In un baleno raggiunse la bastardina, e insieme si dileguarono dietro l’angolo.

Erano le cinque del pomeriggio del quattro novembre. Il cielo già buio.

Con Tobia mi sentivo protetta. Perché dunque quella fuga inattesa?

Lo chiamai più volte a squarciagola. Poi cominciai a correre per cercarlo.

Girai l’isolato. Mi spinsi fino al vicolo delle Rose. Attraversai i giardinetti. Ma di Tobia, né dell’altro cane, nessuna traccia.

Entrai nel boschetto. E appena dentro la macchia sentii una tremenda botta in testa. Il mio stupore fu pari al dolore. Non c’erano rami bassi. E allora…?

Mi sembrò di perdere l’equilibrio e di cadere. E finalmente mi resi conto di essere stata spinta con forza da una furia scatenata.

Prima di poter riorganizzare i miei pensieri me lo ritrovai addosso senza possibilità di difesa. Non sentivo più forza nelle braccia. La testa mi doleva forte. Realizzai d’aver subito un’aggressione solo quando lui si alzò per allontanarsi in fretta.

Ero terrorizzata. E paralizzata.

Non avevo capito niente. Mi sembrava di vivere un brutto sogno. Un terribile incubo.

Ero confusa.

Per non so quanto tempo non riuscii a muovermi. Dietro il cespuglio intravidi la sagoma di un cagnetto che scappava scodinzolando. Volevo stropicciarmi gli occhi ma non riuscii a muovere le braccia.

In ospedale mi dissero che avevo un braccio spezzato e l’altro contuso.

Tobia fu trovato qualche ora più tardi dalla polizia. Ucciso e nascosto dietro un muretto.

Non sono riuscita a piangere per lui. Perché mi sono sentita tradita.

Ora sono qui. Io non esisto più. Perché la mia dignità non esiste più.

Ma sono maggiorenne! Sono adulta e responsabile. Autonoma e libera.

Sono una donna…. Una troia.

Sono stata scopata da uno sconosciuto.

Non avevo mai voluto farlo col mio ragazzo, perché avevo scelto di conservare la verginità per il matrimonio.

Sono stata stuprata. Il giorno del mio diciottesimo compleanno. Sono stata uccisa.

Non crescerò mai più. Resterò qui per sempre.

Questa è la mia realtà. Questa la mia maggiore età.

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Confiteor Dei Onnipotenti… confesso a Dio Onnipotente…

Com’è dolce il sugo di pomodoro. Quello che non mi è mai piaciuto. Com’è bella la signora Dormunda, che col suo strano nome e la sua faccia incazzata è la persona più acida del rione.

Come tutto mi appare meraviglioso da questa estremità del tempo. Anche le cose più brutte mi sembrano bellissime. Perché sono vive.

Confiteor Dei Onnipotenti… confesso a Dio Onnipotente d’aver paura!

Com’è bello il vento che mi taglia la faccia d’inverno, com’è bella la nebbia che mi chiude i polmoni in autunno… com’è bello il mondo. Tutto quello che è stato creato per me ma che presto non m’apparterrà più.

Confesso d’aver paura!

Chi teme l’abisso non gode della Grazia. Lo so. Perché sono un peccatore.

Confiteor Deo omnipotenti, et vobis, fratres, quia peccavi nimis cogitatione, verbo et opere et omissione…

Confesso a tutti d’aver barato. Mi sono fatto credere buono da amici e nemici. Ma ora che sono in questa stanza d’ospedale confesso d’aver rubato come i ladri e d’aver ucciso come gli assassini. Confesso d’aver odiato come i sadici e di essermi gonfiato il petto coi narcisi.

Ho fatto tutto il male del mondo ogni volta che ho creduto e ho lasciato credere d’esser buono.

…mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

Affido la mia confessione al vento tiepido che fu creato per carezzarmi il volto e per lenire il mio dolore.

Affido le mie parole all’acqua cristallina che sgorga leggera dalla roccia per dissetare il viandante.

Affido il mio dolore grande al Tuo cuore di mamma perché Tu possa vedere in esso qualche piccolo merito.

La mia vergogna è grande nel chiederti la vita. A Te, che hai visto morire il Figlio!

Ma io ho paura. Perché sono un ingordo della vita (e forse per questo sarò punito). E non voglio morire.

Confesso d’aver rubato coi ladri e d’aver ammazzato con gl’assassini. Confesso d’aver odiato coi sadici e d’essermi gonfiato il petto coi narcisi.

Confesso d’aver fatto tutto il male del mondo ogni volta che ho creduto e ho lasciato credere d’esser santo.

So che non merito il perdono, né la vita.

Ma io sono un ingordo della vita e Ti chiedo sia l’uno che l’altra.

Prometto di meritare. Prometto… prometto… prometto…

Anche Gesù temette e Pietro tradì. Eppure Egli era Dio e il discepolo divenne Vicario.

Anch’io voglio la mia parte di premio!

Premio per cosa! Per quale merito…

Padre mio che sei nei cieli… Padre Onnipotente, non girarti dall’altra parte. Ti prego.

Lord Jesus Christ, eternal king, God and man, crucified for mankind, look upon me with mercy and hear my prayer, for I trust in you.

Quante notti ho guardato le stelle. Quante volte le ho ammirate sognando.

Stolta la mia mente che credeva di poter restare quaggiù in eterno. Quante volte ho guardato il Cielo con ribellione… Ora canto la Tua gloria perché mi hai toccato e mi hai fatto male. Forse hai voluto ricordarmi la mia miseria.

Pater noster, qui es in cælis, sanctificetur nomen tuum. Adveniat regnum tuum. Fiat voluntas tua.

Appena qualche giorno fa ero un uomo. E mi sentivo vivo.

Poi qualcuno mi ha detto che ho il cancro. Ma io non sto male. Non sento alcun dolore.

No… non è vero. Sto ancora barando!

Ho la febbre tutti i giorni.

Non si può avere il cancro per caso. Non io.

Ave Maria, gratia plena; Dominus tecum: benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui Jesu.

O Vergine Maria, io ho famiglia.

Sì, lo so. Anche Tu l’avevi quando la stoltezza degli uomini Ti tolse il figlio.

Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostræ.

Vedo scorrere la mia vita come in un film.

Parlo con le persone. Mangio. Fingo di dormire. Guardo la televisione. Cerco di essere normale. Come sempre.

A volte ci riesco.

Poi la febbre mi richiama alla coscienza il destino.

Vorrei possedere il rewind. Come dice il cantante che vorrebbe usarlo per amare in eterno la sua donna.

Io lo userei per riavvolgere la matassa del mio tempo e per cambiare tutto quello che ho sbagliato.

Vorrei cambiare in amore tutto l’odio che ho provato. Vorrei cambiare in fiducia tutta la diffidenza, in attività la pigrizia, in gioia il piacere.

O Dio. Dio mio…

Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum.

Vorrei essere perdonato per i miei peccati. Vorrei continuare a vivere. Vorrei essere graziato. Vorrei guarire miracolosamente.

Ho fallito perché non sono riuscito a fare dell’amore la mia unica bandiera. E mi sono attaccato al mondo più del dovuto. Mi sono sentito forte e ho sfidato il Creatore.

O Mater pietatis et misericordiae, beatissima Virgo Maria, ego miser et indignus peccator ad te confugio toto corde et affectu; et precor pietatem tuam, ut, sicut dulcissimo Filio tuo in Cruce pendenti astitisti, ita et mihi, misero peccatori, clementer adsistere digneris, ut, tua gratia adiuti.

Un ricordo dolce e struggente si presenta nell’aria.

La processione del venerdì santo nella mia città d’Abruzzo.

E’ sera. All’imbrunire le serrande dei negozi si abbassano in onore del dolore della Mamma.

Io mi metto in ascolto con commozione. E il lamento straziante di quattrocento violini col canto suggestivo e potente di altrettanti cantori mi entra nel petto mentre osservo la Mamma in lutto portata a spalla dagli uomini delle confraternite.

Segue, austera e dolorante, il figlio ucciso. Col cuore spezzato di mamma che ha perduto il bene più prezioso.

Ma Essa sa che Egli risorgerà. La mia fede, al contrario, non è sufficiente. Io non sono certo di risorgere, perché sono un peccatore. Perciò temo di precipitare nell’eterna dannazione.

Vi prego amici e nemici che lascio su questa terra. Vi prego… una preghiera per me: “Requiem aeternam done eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescat in pace. Amen”

De profundis clamavi ad te, Domine: Dornine, exaudi vocem meam. Fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae.

Dal profondo a Te grido, o Signore;

Signore, ascolta la mia voce. Siano i Tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera.

Salva la mia vita Signore. Non è per me che chiedo ma per quelli che hanno ancora bisogno della mia presenza.

Ma se il mio destino è segnato allora pregherò come imparai dalla mia nonna contadina: “Confiteor Deo omnipotenti, beatae Mariae semper Virgini, beato Michaeli Archangelo, beato Ioanni Baptistae, sanctis Apostolis Petro et Paulo, et omnibus Sanctis, quia peccavi nimis cogitatione, verbo et opere: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Michaelem Archangelum, beatum Ioannem Baptistam, sanctos Apostolos Petrum et Paulum, et omnes Sanctos, orare pro me ad Dominum Deum nostrum”.

Ho pensato che la confessione mi farà bene. E forse mi farà guarire. Vorrei continuare a fare il furbo. Ma non so più come si fa.

Sono alla resa dei conti.

Perciò mi confesso, sperando d’esser perdonato.

…mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

Ho paura perché sono un uomo.

E perché domani sarò operato di cancro.

Amen.

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T’annunci con l’arcobaleno.

Cristalli di luce radiosa scompongono in ardenti bagliori i lampi guizzanti del tuo corpo splendente.

All’ombra di te ascolto i messaggi che la Natura mi offre.

Con occhi rapiti mi beo e m’illudo.

E colgo i tuoi frutti. Che sono di tutti.

Sensazione d’offerta. Offerta opulenta. Proposta d’amore.

Mi percepisco ottimista. In fondo ci sei, e sarai anche mia.

Mi lascio sedurre dalle tue linee calde, che intravedo là dentro. Nel vestito un po’ aperto. Delicatamente discinto.

Ritorni bambina, indietro nel tempo. Per vivere oggi quel ch’è mai accaduto. Né potrà esser più. Per prenderti adesso le cose che brami, che tu mi darai. E che io amerò.

In laguna risplendi. Fai riti e magie. Disegni figure.

L’acqua ti specchia un volto d’amore, di velluto soave, mentre stretta nei jeans, dischiusi fin là, ti sporgi alla riva.

Abbronzata dovunque, per l’intera stagione, t’aggrappi alle cose che hai lasciato laggiù. Nel tuo passato di stella.

Nuvole rosa t’adornano il volto.

Cerchi attenzione. L’ammirazione di tutti.

Amica lucente di splendore vestita, mi mostri le cosce, ti scopri le tette. Mi sommergi di te.

Mi entusiasmo di fuoco… delicati occhi neri!

Sei profumo elegante. Hai il sapore dei fiori. Sei fragrante Natura. Un bouquet da regalo. Avvolta per me in aroma deciso.

Ma dove ti celi, e nascondi le grazie quando sei via da me?

Ti penso danzare tra i fiori e le stelle. Perfetta e divina. In equilibrio assoluto. Da sera a mattina.

Nell’acqua di notte, nell’aria di giorno.

Ti sogno elargire emozioni amorose. Inneschi le micce che lanci nel cosmo.

Temo davvero di perdere i sensi.

Se mi lascio privare della buona coscienza, diventi strumento di morte sicura.

Sciami soavi ti seguono in coro.

Gli occhi di mamma trasmettono amore. Chissà tua madre com’è cristallina.

Un giorno in montagna, lo dicesti ier l’altro, strappasti lo squarcio che essa ti dette.

Non seminavi meloni, né interravi patate.

Respiravi Natura per modellare il tuo corpo. Ordigno fatale che cattura e che uccide. Le prede d’amore.

Il latte materno ti dona vigore. Perciò non incontra il tuo sangue di donna. Per non inquinarsi né ora né mai.

Tu nascondi in cantina pozioni stregate. Commistioni infernali d’amori e d’incanti, destinati a mutare in mostruosi strumenti elementi vitali di ragazza sublime.

Ma oggi sei qui. E il giorno s’adorna del tuo sapore d’agrumi. Il mondo s’inchina alla tua fine eleganza, perché sei dolce carezza di brezza sottile. E mi riesce difficile saperti una strega.

Ogni tuo gesto diventa un balletto, e ogni parola un canto sublime. Forse fai trucchi con sguardi felini. Ad effetto sicuro, effetto ammaliante. Indossi le cose con geniale sapienza.

Ormai non assumi più latte da tempo. Ma solo vin santo e spumante di marca. Metti spillette e merletto dorato, o scarlatto corallo.

Mi chiedo davvero se fosti dipinta da un’artista fatato.

Fantasia che allevia. E sopisce il dolore. Illumini il buio ancor più della luna.

Amica stupenda. Devo andare e osare.

C’è chi avanza di testa. Chi si vende per poco.

C’è chi chiede e chi attende.

Io lotto con me per prendere te, e le cose che hai.

Le voglio per me, perché sono malato, malato di te.

Io con te devo agire. Saziarmi di donna e abbagliarmi d’amica.

Vieni in laguna, ti dissero un giorno, ti faremo l’amore. Me l’hai detto tu stessa.

Fu così che diventasti un po’ assente e confusa. Analfabeta d’amore. Illetterata d’affetto.

Sapore di nuvola. Armonia di spezie, esotiche erotiche e rare. Sfumature caldissime ti sfiorano il seno che prezioso s’abbozza.

Pastrano di nonna t’avvolse da bimba. Mentre unite andavate nel vento di Bora.

Mi commuovi e mi turbi. M’appassioni un casino.

Perciò io ti voglio.

E ti avrò. Io lo so.

E devo decidermi.

Mia, e per sempre!

E finalmente irrompo nel sapore di mare col mio legno bramoso d’essenza pregiata!

Brindo il tuo liquor dolcissimo e forte.

Ma subito… subito dopo… un inferno crudele.

Ragazza fiorita che indossi i tuoi frutti. Ti fidi del vuoto cantando nel blu. Mentre tutto s’infrange di dentro e di fuori.

Intimo raffinato grigioperla intrigante. Sinonimo olfattivo di proposta speciale dalla pelle matura e la carne polposa. Al prezzo scontato d’un’offerta sicura che rende accessibile il consumo anche a me. Che son povero e gretto.

Profumata d’incuria e di tanto torpore. Fai cerchi e figure ad effetto speciale.

Risultato sicuro.

Capelli bruniti da’ riflessi di seta. M’hai tolto la pelle. E l’anima intera.

Ordigno di morte.

La tua bellezza cos’è…

Sei solo una scatola con l’anima vana. Una confezione regalo.

Sensazione d’offerta. Offerta violenta. Offerta di niente.

Uno scrigno di ferro dove metti ogni inganno.

Là dentro adesso… là dentro hai messo anche me.

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Intervista di Simone Gambacorta
a
Mario Trovarelli, il menestrello

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Teramo – Trieste, 06 aprile 2009

Simone Gambacorta: giornalista e critico letterario

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Domanda:

A un certo punto della tua vita hai scoperto che viaggiare intorno al mondo non ti bastava e hai deciso di viaggiare dentro il mondo: partiamo da qui fornendo qualche delucidazione a chi ci legge.

Risposta:

Il volo ha rappresentato letteralmente il mio modo di viaggiare intorno al mondo.

Ho volato per diciotto anni in totale. Per complessive seimila ore di volo. I primi sei come pilota militare nell’Aviazione dell’Esercito, i restanti dodici come pilota civile di linea.

Ho fatto il corto raggio (voli nazionali, europei e bacino mediterraneo), il medio raggio (Nord Africa, Medio Oriente, ecc.) e il lungo raggio (voli intercontinentali).

Ho praticamente avuto occasione di vedere gran parte del pianeta. Ma dopo tutto quel tempo trascorso in volo, e in luoghi sempre diversi, il mondo ha cominciato ad appiattirsi e ad apparirmi tutto uguale e indifferenziato. Anche perché a lungo andare avevo finito per frequentare sempre i soliti posti: i ristoranti, gli alberghi, le strade, i parchi, i teatri, e soprattutto i negozi, quelli in cui si compravano cose da equipaggi di volo (gadgets elettronici, prodotti tipici, artigianato locale, ecc.).

Luoghi privilegiati dagli equipaggi, per forza di cose, erano anche le spiagge, le piscine e i negozi che vendevano quello che solitamente non si trovava facilmente nel negozio sotto casa, in Italia.

Fu allora che annoiato da quella vita ripresi a frequentare alcune letture che avevo fatto all’incirca quando avevo diciotto anni. Si trattava di Freud e dei suoi capolavori: L’interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana, e altri.

Finii così per abbandonare i miei eterni studi di fisica (che non riuscivano ad avere alcun esito), e mi iscrissi al neonato corso di laurea in psicologia. All’università di Roma.

Era il tempo della cosiddetta austerità. Mancava il carburante e si volava poco. Quella circostanza mi agevolò notevolmente nella frequenza delle lezioni.

Perciò, in men che non si dica, mi laureai in psicologia, abbandonai il volo, e da Roma mi trasferii a Trieste.

Successivamente mi sono specializzato in psicoterapia psicoanalitica a Padova, e da allora vivo e lavoro a Trieste come psicoterapeuta.

Senza l’esperienza del volo mi sarei sentito orfano e privato di un’emozione straordinaria. Il viaggio intorno al mondo è stato molto importante. L’ho desiderato con tutto me stesso e l’ho realizzato. Ma c’è stato un momento in cui non mi è più bastato e ho sentito il bisogno di cambiare. Così ho intrapreso un viaggio diverso che prevedeva un totale cambiamento di rotta: dal mondo esterno a quello interno, dal volo alla psicoanalisi. Dal cielo alla mente.

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Domanda:

Come grimaldello per entrare “dentro” il mondo, hai scelto la scrittura, il racconto…

Risposta:

La strada maestra per entrare dentro il mondo è la psicoanalisi. Così è in generale, così è stato per me.

La psicoanalisi studiata e approfondita, ma soprattutto quella praticata su me stesso in qualità di paziente, mi ha aperto la mente e ha messo ordine nella mia vita.

Ho sempre pensato, tuttavia, che la psicoanalisi da sola non bastasse. E da anni, accanto alla pratica clinica, mi piace mettere la narrazione.

La stessa psicoanalisi, in fondo, è uno strumento che crea storie, costruisce racconti. La coppia paziente-terapeuta scrive romanzi: quello che racconta la vita del paziente e, contemporaneamente, quello che narra dell’itinerario percorso insieme all’interno del trattamento.

Il paziente in analisi mette a fuoco la propria vita. E fa ordine nella mente. Questo di per sé è già un romanzo. Intenso, coinvolgente. Unico e straordinario!

Il terapeuta per primo, quando si è sottoposto a sua volta ad analisi come paziente, ha confezionato il proprio romanzo. Nella veste di paziente, infatti, egli scrive la propria storia, ed è così che diventa capace di accompagnare il proprio paziente nel fare altrettanto.

In questa accezione “psicoanalisi” e “scrittura” non sono disgiunte. La psicoanalisi fornisce lo strumento per raggiungere e svelare i preziosi contenuti profondi della mente, la scrittura (espressiva) fissa questi “tesori” sulla carta, rendendoli comunicabili.

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Domanda:

Il tuo libro s’intitola “Nudità”: che nudità è quella che s’incontra nei tuoi racconti?

Risposta:

Mettersi a nudo significa prendere coscienza, svelarsi, scoprire l’animo. Abbandonare le difese e uscire dal castello. Per entrare nella consapevolezza.

Ma è proprio necessario denudarsi? Perché si dovrebbe fare una simile operazione? Quali sono i vantaggi? E di che cosa dovremmo spogliarci?

Per rispondere a queste domande è necessario parlare delle difese intrapsichiche e del loro significato.

Le cure genitoriali, offerte al bambino sin dalla nascita, veicolano, insieme all’affetto e alla protezione, anche sentimenti opposti.

Il bambino riceve amore ma anche odio. Alleanza ma anche aggressione. Contenimento e insieme abbandono.

…perché ogni medaglia ha il suo rovescio!

Ma questi dritti e questi rovesci, questi amori e questi odi, questi opposti, costituiscono dei motori potentissimi. Possiamo immaginarli come coppie di vettori che hanno forze uguali ma orientamenti contrari. Al fine di stimolare il movimento e la crescita dell’intero Universo, Madre Natura ha dotato tutta la Realtà di queste semplici e potenti coppie motrici.

Potremmo anche rappresentare gli opposti come coppie di figure e sfondi. A patto che le figure siano poste su sfondi adeguatamente contrastanti.

Insomma, se vediamo la luna è solo perché il cielo è scuro, e se esiste il giorno è perché si staglia sulla notte, e se percepiamo l’inverno e il freddo è perché sentiamo anche il caldo d’estate. E così via.

Ogni contrasto genera un movimento. Nessun “SI” avrebbe senso se non venisse avversato da un possibile “NO”.

Amore e odio lottano per conquistare la supremazia e creano dinamismi utili e costruttivi. Accettando questa disputa che ha luogo nella mente, il bambino parteciperà delle dinamiche del movimento e della crescita. Rinunciando alla lotta, viceversa, il bambino non si svilupperà. Perché la crescita richiede forza e autonomia.

Il bambino riceverà dunque amore e protezione, ma anche incoraggiamenti che talvolta potranno assumere la forma di veri e propri attacchi aggressivi.

Considerando ancora per un momento l’amore e l’odio come entità che si alternano nei ruoli di figura e di sfondo, ma che a loro volta sono entrambe in grado di stagliarsi sullo sfondo della vita, vediamo che a volte prevale l’uno, altre volte l’altro. Per evitare sbilanciamenti eccessivi in questi due ingredienti necessari alla vita, si deve lavorare per amalgamarli molto bene. Ad un eccesso dell’uno o dell’altro, infatti, corrisponderà inevitabilmente una pericolosa persistenza dell’ingenuità o il profilarsi di un tragico abbrutimento.

Il percorso è impervio. Forze titaniche si confrontano e si combattono tra loro, alcune spingono verso l’alto (crescita) mentre altre richiamano verso il basso (regressione).

Ancora fragile, l’Io del bambino è immerso in questo clima di guerra. Ben presto, perciò, sentirà il bisogno di mettersi al riparo, e svilupperà delle modalità autoprotettive. Quelle che in psicoanalisi chiamiamo “meccanismi di difesa intrapsichici”.

Difese naturali e legittime. Che nascono e s’intrecciano autonomamente, in totale assenza di consapevolezza.

La sede iniziale del conflitto è la mente del bambino, ma il luogo privilegiato dello scontro aperto, poi, sarà lo spazio messo a disposizione dai genitori. Il giardino genitoriale, i cui componenti fondamentali sono una buona superficie di accoglimento (affetto) e una linea di confine sufficientemente contenitiva (autorità). Anche qui, come in un impasto di acqua e farina, autorità e affetto dovranno essere ben amalgamati e distribuiti in dosi armoniosamente appropriate.

Ma sappiamo che talvolta le cose non vanno molto bene. E l’impasto non viene omogeneo, magari per un eccesso d’acqua o di farina, o perché manca la forza necessaria per lavorare il miscuglio. Oppure, tornando al giardino, le cose vanno male perché la superficie (affetto) non è ben accogliente o mancano dei buoni confini (autorità).

Ma torniamo alla realtà mentale. In condizioni di disequilibrio, quando cioè i sentimenti negativi prevalgono su quelli positivi, la struttura di personalità s’indebolisce. E il bambino soffre, sta male. E’ a disagio.

A questo punto l’organo preposto a “percepire” la sofferenza, l’Io, registra un eccesso di dolore. Si rafforzano così quelle difese che erano nate spontaneamente e che servivano per proteggere l’Io dal carico.

Proteggersi è necessario. Un’agile costellazione difensiva aiuta il bambino a sentirsi al sicuro e a riprendere coraggio quando ne ha bisogno.

Ma a volte, per circostanze ambientali, il bambino è costretto a sviluppare difese troppo rigide, ingombranti, limitanti, fino a farne dei fortilizi inespugnabili, o valli invalicabili o macchine distorcenti. Altre volte ha la necessità di frammentare l’Io o di nasconderlo dietro terribili falsificazioni fino a renderlo irriconoscibile, o di deprimersi, o sottrarsi alla realtà affettiva nascondendosi al riparo di schermi autistici.

Bene, quando la costellazione difensiva assume caratteristiche eccessive o estreme, il bambino rallenta lo sviluppo o smette addirittura di crescere.

Le difese sono necessarie! Senza di esse non potremmo tollerare la vita. Ci aiutano a sostenere lo sforzo della crescita in attesa di possedere le risorse necessarie per affrontare le incombenze in modo più maturo. Mano a mano che diventiamo più forti, infatti, le abbandoniamo o le trasformiamo per affrontare la vita con forze più agili e creative.

Talvolta, tuttavia, non riusciamo ad attraversare il dolore, perché non siamo stati sufficientemente aiutati a conquistare forza e autonomia. Allora continuiamo a difendere l’Io a oltranza e ci indeboliamo al punto da doverci nascondere dentro le mura.

Esempi di difese intrapsichiche, per avere un’idea delle loro denominazioni psicoanalitiche, sono: la negazione, la rimozione, la proiezione, lo spostamento, l’annullamento retroattivo, la scissione, ecc.

Denudarsi significa mettersi nelle condizioni di uscire dal castello protettivo per abbandonare le difese in eccesso. Spogliarsi per far pace col mondo, e con se stessi. Quando questo sia possibile.

Ecco! In poche righe il tema delle difese.

I miei racconti sono esempi di ferite scoperte e prive di protezione. Sanguinano. E dolgono. I suoi contenuti provengono da territori profondissimi e sono stati raccolti tenendoli al riparo da ogni interferenza da parte delle costellazioni difensive.

La psicoanalisi mette a nudo. Scrivere in modo espressivo mette a nudo. Se uniamo insieme questi due strumenti, psicoanalisi e scrittura, la nudità diventa totale, sfacciata, tagliente. Ma utile per guardarsi dentro. Per avvicinarsi intimamente al dolore.

E per crescere.

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Domanda:

I racconti vertono tutti, anche se ciascuno in modo diverso, e direi anche con moto diverso, attorno al dolore: come mai questa scelta?

Risposta:

Il dolore è necessario alla vita. Ma credo che di questa necessità si parli poco. Io ne parlo perché l’ho attraversato numerose volte nel corso degli anni. Ma anche perché lo raccolgo continuamente nella mia pratica professionale di psicoterapeuta.

Per tutte queste ragioni ho molta dimestichezza con questo ingrediente fondamentale della vita umana.

Ma torniamo al significato più profondo del dolore.

Quando un eccesso di difese appesantisce la struttura di personalità e la rende rigida, come dicevo nella risposta precedente, è necessario, per riprendere la crescita e lo sviluppo, denudarsi. Cioè liberarsi dei fardelli difensivi per restituire agilità alla mente.

Questo vale per il bambino, ma anche per l’adulto.

Bene, questa operazione di svestimento avviene con grande dolore. Un primo dolore legato all’abbandono delle costellazioni autoprotettive alle quali eravamo affezionati in quanto ritenuti utili schermi nei confronti della sofferenza, e un ulteriore dolore perché togliendo la corteccia si scopre la vera pelle. E, al pari di quella biologica che avvolge il corpo, anche quella mentale è inizialmente fragile e delicata. Almeno fino a quando le vecchie difese, ormai abbandonate, non avranno dato luogo a modalità di rapporto più mature con la realtà interna e relazionale.

Le difese sono necessarie, ma anche il dolore è necessario. Senza dolore non avremmo tutti quei segnali che la mente e il corpo c’inviano per dirci che c’è qualche cambiamento in atto.

La fame, ad esempio, è un dolore, la sete, il caldo, il freddo… sono dolori. E qualunque condizione di disequilibrio si manifesti a livello corporeo o mentale rappresenta un dolore che fornisce un’indicazione su quello che ci sta succedendo.

Esistono bambini che a causa di una particolare malattia, mancano di recettori dolorifici del corpo. Questi bambini, parzialmente o totalmente sprotetti, vanno incontro a gravi menomazioni e mutilazioni corporee!

Il dolore è necessario alla vita. Il problema nasce dalla difficoltà, che talvolta ha il genere umano, di accettarlo e attraversarlo.

I miei racconti esprimono tanto dolore. Scriverli ha richiesto molto coraggio. Leggerli forse ne richiede altrettanto. Ma provare ad accoglierli potrebbe rappresentare una buona occasione per prendere contatto con realtà mentali profonde, perciò autentiche e intense.

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Domanda:

Mentre leggevo “Nudità”, ho preso un appunto. Te lo leggo perché vorrei sapere che cosa ne pensi. Ho scritto: è ricompresa in questo libro una moltitudine di sfaccettature sulla vulnerabilità e sulla criticità umana, e al termine della lettura si finisce per scoprire che quella fisica, quella biologica, è forse l’ultima a insidiarci.

Risposta:

La vita è forte e fragile allo stesso tempo. Non c’è forza senza vulnerabilità e viceversa (sempre per quel discorso per cui le figure si stagliano solo se i loro sfondi sono opposti e contrastanti).

La criticità, poi, dipende dall’equilibrio esistente tra forza e fragilità. Un equilibrio è tanto più stabile quanto più le basi d’appoggio sono ampie e profonde. Insomma, come accade per un edificio, quanto più larghe e profonde sono le sue fondamenta, tanto più robusto e stabile risulterà l’edificio che vi poggerà.

La robustezza, la forza, e la stabilità sono caratteristiche dell’adulto. Dell’adulto vero. Non di quello anagraficamente cresciuto.

La forza si conquista confrontandosi col dolore sin da neonati. Ma perché questo avvenga è necessario avere genitori che siano in grado di supportare i figli fornendo loro adeguate dosi di autorità e affetto nel giardino (mentale) predisposto in loro favore.

Quanto alla criticità mentale, rispetto a quella biologica, possiamo risolvere la cosa semplicemente dicendo che la mente è il motore di ogni attività.

Essa regola numerose funzioni e presiede a tutte le attività, semplici e complesse, della vita. Anche quando non ne siamo consapevoli.

La mente non coincide affatto con il solo pensiero cosciente, essa consiste di un universo ampio e composito che racchiude ed esprime tutta la ricchezza e la complessità dell’esistenza umana.

Proprio a causa di questa complessità la mente può esprimere una grande forza, ma è anche molto sensibile e facilmente si chiude in difesa.

Se manca la mente, come nel coma profondo o nelle sindromi amenziali, il corpo, pur nella sua integrità anatomo-fisiologica (struttura e funzione), perde tutte quelle capacità che definiamo superiori e che caratterizzano la pienezza della vita.

Proteggere e sviluppare la mente, perciò, è fondamentale.

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Domanda:

Quanti dolori esistono? Te lo domando perché mi pare tu ne abbia – come dire? – “codificati” diversi: la solitudine, la morte, la fragilità…

Risposta:

Nei miei racconti, in effetti, parlo di tanti dolori. Molti tipi di sofferenza. Ma a differenza di quando scrivo, in cui devo precisare la concretezza di una specifico dolore (legato al protagonista), a me piace, quando ne parlo in generale, pensare al dolore al singolare, riferendolo all’intera struttura mentale.

Il dolore è una prerogativa della mente!

E’ pur vero, tuttavia, che quando si manifesta, non può che prendere le varie forme che conosciamo.

Quando parlo di dolore, dunque, ne parlo in termini di processo mentale.

E’ come parlare dell’acqua e delle sue caratteristiche, distinguendola dagli “oggetti” che essa produce, come mari, fiumi, laghi e altri bacini idrici.

L’acqua esiste in sé, come sostanza. Ma non può che manifestarsi prendendo le forme di corsi e contenitori ben definiti. Così il dolore esiste di per sé, come prodotto dei processi mentali. E al pari dell’acqua che genera corsi e bacini, anche la mente, con le sue dinamiche complesse, genera oggetti come pensieri, fantasie, gratificazioni ecc. ai quali si associano svariate forme di dolore.

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Domanda:

In che misura questi racconti sono debitori alla tua professione di psicoterapeuta?

Risposta:

I miei racconti devono il cento per cento alla mia professione di psicoterapeuta, il cento per cento alla mia infanzia, il cento per cento alla mia terra d’Abruzzo, e il cento per cento alle mie due professioni precedenti (pilota militare e pilota di linea). E così via.

La mente è un universo unico e non parcellizzabile. Essa si riconfigura dinamicamente in seguito a ogni evento o esperienza introiettata. Tutto si mescola e si trasforma di continuo. Queste dinamiche, al bisogno, genereranno oggetti finiti come pensieri, idee, sentimenti, ricordi, emozioni, progetti, dolori. E racconti.

La mente non perde niente. Ogni cosa che vi entra si dissemina su tutto il suo territorio e perde la qualità di oggetto per diventare parte di quella meravigliosa rete associativa che è in grado di progettare e di creare!

Ogni esperienza si unisce a tutte le altre. Ogni oggetto introiettato si disgrega e si fluidifica per legarsi con tutto il resto.

In tal modo ogni esperienza: dalla psicoterapia al volo civile e militare, la scrittura… la vita in genere, sono parti non scindibili di un tutto.

La mente, nella sua interezza, è il motore di tutte le attività, perché conserva tutte le tracce che ci riguardano.

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Domanda:

Quindi la scrittura è una possibilità di conoscenza…

Risposta:

Assolutamente sì. Scrivere significa esplorare. Scrivere in modo espressivo, in particolare, vuol dire prendere contatto con i contenuti che giacciono sui fondali più profondi della mente.

Ora, se per conoscenza intendiamo presa di contatto intimo con questi contenuti, allora scrivere significa aumentare la propria consapevolezza. Unica forma autentica di conoscenza.

Non dobbiamo infine dimenticare che la scrittura, a differenza del linguaggio parlato, o di quello pensato, impegna la persona molto più intensamente. Perché… scripta manent!

Senza contare che i documenti scritti, sempre più agevolmente, oggi vanno incontro a rapida e capillare diffusione.

Questo significa maggiore opportunità di conoscenza di sé e del mondo.

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Domanda:

E qual è il rischio che corre chi esplora i crinali dell’interiorità umana? Hai parlato di «abissi sterminati della mente»…

Risposta:

I rischi esistono. Ma solo se non si è preparati a questo tipo di immersioni profonde.

Vorrei precisare, tuttavia, che la propria mente resta inaccessibile a chi non ha strumenti per accedervi. Io sarei più preoccupato per quelli che si offrono in pasto a personaggi poco qualificati nella speranza di ricevere aiuti rapidi e indolori per “risolvere” problemi di sofferenza mentale.

Per accedere alla mente dei loro malcapitati assistiti, questi personaggi “selvaggi”, sono muniti di un unico strumento: l’apriscatole!

I problemi della mente non possono essere delegati perché vengano risolti. Le difficoltà vanno “affrontate” in prima persona, perciò le persone sofferenti dovrebbero essere aiutate a fare esperienza del dolore, unica strada per riprendere la capacità di andare avanti e crescere.

E’ come per l’attività fisica. Nessuno può accrescere la potenza dei propri muscoli se non va a soffrire in palestra. In prima persona.

La mente è un mondo unico e irripetibile, contiene tutte le albe e tutti i tramonti dal concepimento in avanti, e tutte le esperienze e i dolori e le gioie e le impronte degli affetti, ma anche le esperienze negative. Tutto in un’architettura ricca e meravigliosa. Sempre in movimento. In continuo divenire.

La mente va rispettata. Non ci si può avventurare al suo interno armati di strumenti di tortura o di oggetti acuminati o taglienti o di mazze ferrate. E neppure di bisturi. L’unica via d’accesso, per aiutare il sofferente a tuffarsi nel dolore, nella speranza di realizzare di un contatto intimo, è l’alleanza e la competenza. Strumenti che si acquisiscono e si affinano attraverso un buon lavoro su se stessi. In compagnia di un proprio alleato.

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Domanda:

Da un punto di vista tematico, nel tuo libro ricorrono il volo, la femminilità e le figure genitoriali…

Risposta:

Il volo… la figura femminile… i genitori… tutte esperienze personali. Sì… in effetti ho volato, prima come pilota militare e poi come pilota civile di linea. Il volo è un’esperienza particolarmente forte, perciò non si cancella facilmente. Ti resta dentro per sempre.

Quanto alla figura femminile, poi, tutto è cominciato nei tempi più lontani. Per i primi due anni e mezzo di vita, infatti, ho avuto un rapporto molto stretto con la mamma. Le circostanze mi avevano assegnato il compito di confortarla per tutta la sofferenza che stava attraversando a causa della guerra e della lontananza dal marito, mio padre.

Era tempo di guerra. Mio padre lontano. Prima sul fronte, e poi prigioniero in Germania. L’ho conosciuto quando avevo già due anni e mezzo. Fino ad allora avevo vissuto con la mamma nella casa di campagna dei nonni materni. A Chieti.

La prima infanzia incide in modo particolare. Perciò questo mio essere figlio di mamma sofferente mi ha segnato al punto da indurmi, una volta adulto, a cercare rapporti con donne molto fragili e bisognose. Perché per me ormai era diventato irreversibile, col mondo femminile, entrare in un rapporto impegnato e impegnativo. Intenso. Ricco di tanto dolore.

Mia madre, finalmente rassicurata dal ritorno di mio padre, si dedicò alla ricostruzione di se stessa e del rapporto della coppia matrimoniale. Mio padre aveva sopportato la tragedia di due guerre (la Guerra d’Africa e la Seconda Guerra Mondiale) e numerosi anni di prigionia.

Nacque mio fratello. Che ben presto si ammalò di poliomielite (quella volta non esisteva ancora il vaccino per questa malattia). E così, ancora una volta, venni chiamato ad un impegno troppo grande per la mia età: contribuire alla ricostruzione della famiglia, del mondo. E della vita.

Ma ero piccolo. Ero troppo piccolo per tutto quel carico. Tuttavia, per mia fortuna, ho potuto fruire di un’oasi meravigliosa nella quale ho trovato tutto il nutrimento, il conforto, la forza e la magia di cui avevo bisogno per crescere: la casa e la campagna dei nonni materni. La stessa che mi aveva visto nascere e che mi aveva ospitato insieme con la mamma nei primi anni di vita.

Da queste vicende è nata la mia profonda motivazione nei confronti dell’impegno sul fronte del dolore.

Ho sostenuto la mamma in tempo di guerra, ho sostenuto i genitori nella ricostruzione e nella malattia di mio fratello. Come avrei potuto sottrarmi al ruolo definitivo di riparatore!?

Il mondo femminile, con la sua fragilità, la sua dolcezza e i bisogni. E le ferite… così capace di dare tanto ma anche di chiedere troppo, mi ha coinvolto al punto da orientarmi alla loro “riparazione” fino all’estremo.

La mia vita è come quella di tutti. Se differenti e unici sono gli episodi che l’hanno caratterizzata, non è diversa la mia aspirazione a legare tutte le vicende e le persone tra loro, e queste con l’Universo intero. E con Dio.

I miei racconti narrano… cantano tutto questo. Il volo, i genitori, la donna. La vita.

La mia. Quella di tutti.

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Domanda:

A proposito della tua scrittura, hai coniato la definizione di “narrazione espressiva”: che cosa significa?

Risposta:

Si può scrivere in tanti modi. Ma a me piace distinguerne due fra i tanti: quello descrittivo e quello espressivo.

Si descrive quando non s’impegna la propria vita interiore. Quando ci si difende dal dolore che comporta l’impasto del pensiero con i sentimenti.

Oggi assistiamo ad una pericolosa separazione tra questi due mondi, quello del pensiero e quello dell’affettività. I risultati sono catastrofici: carenza d’intimità, isolamento personale, violenza, gratuità di comportamenti tra i più efferati, infelicità estrema. Solitudine.

Privato delle sue radici affettive, il pensiero diventa una scheggia impazzita e pericolosa.

Ci si esprime, al contrario, quando si è a contatto con le viscere della mente. Con gli abissi che conservano gli oggetti più teneri e più preziosi dell’esistenza personale e della vita in generale.

Scrivere in modo espressivo significa accettare questo impasto e percepirne tutto il dolore. Ma anche la sua bellezza, il profumo. La preziosità.

Il risultato è un canto doloroso e celestiale al tempo stesso. Che genera luce, e calore. Elementi indispensabili alla vita.

Il contrario è l’entropia, l’aridità. La morte.

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Domanda:

Quanto alle scelte stilistiche, ti sei orientato verso una prosa nitida, che potrebbe apparire leggera quando invece è alleggerita, ossia depurata da tutto quanto impedisca o ostacoli l’emersione della vera grande protagonista delle tue pagine, la vulnerabilità di noi altri viventi…

Risposta:

Per essere sincero non mi sono mai orientato verso questo o quello stile. Non saprei farlo.

Quando scrivo mi limito semplicemente a seguire (per dirla col piccolo principe) le immagini percepite dal cuore, più che dagli occhi. Io non faccio altro che raccontare quello che spontaneamente emerge dal fondo del lago liberando la mente dai due cerberi che in genere ne impediscono la libera espressione: la paura e la vergogna.

Lasciando che la mano segua un percorso naturale, in accordo con i sentimenti che le immagini le suggeriscono, scrivo in modo nitido, senza ostacoli.

Ne esce una narrazione che attinge da profondità immani, in grado di portarsi dietro tutto il dolore che giace laggiù, sul fondo del lago. E ancora più giù.

E’ vero… guardando i miei racconti appare la vulnerabilità dei viventi. E’ proprio così. Ma questo accade proprio perché ho capito che la forza non è un valore assoluto. Essa è il risultato della fatica che si compie nell’attraversare e nel superare il dolore. Allora lascio che i contenuti teneri, che sono i più dolorosi, escano liberamente. E li attraverso per sbucare dalla parte opposta. Verso la luce.

Ciascuno dei miei racconti, in questa accezione, testimonia di un processo di guarigione. Esso consiste nell’attraversamento di contenuti dolorosi al fine di neutralizzarne la virulenza e impadronirsi della loro forza. Quanto più riusciremo in questa operazione, tanto più il dolore verrà trasformato in capacità di tollerare carichi sempre più grandi. Un po’ come succede quando si va in palestra. Più si soffre nel fare esercizi, più se ne esce rinforzati e capaci di sopportare sforzi sempre maggiori.

In un’ottica di questo tipo la vulnerabilità è una condizione iniziale dell’uomo. Quella infantile. Essa è caratterizzata dalla formazione dei primi contenuti mentali. Quelli che con la crescita poi tenderanno ad essere abbandonati sul fondo.

Se i genitori sapranno accompagnare i loro bambini verso il recupero e l’attraversamento di queste “primizie”, piuttosto che cedere alla rinuncia, il mondo avrà persone sempre più forti.

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Domanda:

In che modo lavori ai racconti? Scrivi di getto? Fai stesure su stesure?

Risposta:

La scuola insegna a scrivere partendo da una serie interminabile e complicata di regole. Seguendo un orientamento innaturale. Cominciando dall’alto invece che dal basso. Dal prodotto finito piuttosto che dalle attività generatrici!

Con la modalità espressiva esce sempre un testo più lungo rispetto a quello che poi verrà utilizzato. Scrivo in grande quantità e velocemente. Dopo la prima stesura veloce faccio qualche piccolo aggiustamento. Mai una nuova stesura. La fragranza originale tenderebbe a svanire.

Scrivo in rapidità per evitare l’interferenza dell’emozione col pensiero. Lascio che siano gli strati profondi della mente ad emergere e a fissarsi sulla carta. Un modo del tutto originale. Lo stesso che insegno nel mio laboratorio di scrittura alle persone che hanno voglia di imparare.

Agli insegnanti della lingua italiana non piacerà il mio modo di scrivere e di insegnare a scrivere. Me ne rendo conto. La mia punteggiatura, i miei accapo, le parole che utilizzo, tutte cose un po’ particolari. A volte strane. Ma quello che scrivo, si può esserne certi, corrisponde sempre a quello che sento, che provo dentro, e che penso.

Quando il bambino va a scuola sa già parlare, conosce una modalità espressiva che ha imparato in anni di contatto con la famiglia e con l’ambiente. La scuola tende a distruggere questo patrimonio espressivo, costringendo i bambini ad adattare i loro contenuti mentali (pensieri e affetti) alle regole della grammatica, della sintassi, dello stile, dell’opportunità, delle convenzioni, ecc. Il bambino viene così “educato”, cioè allontanato da se stesso e indotto ad aderire a un rigido programma di standardizzazione.

Tutti devono avvicinarsi, il più possibile, ad una sorta di barra livellatrice. Né troppo in su né troppo in giù. Viene ricercata la banale, avvilente, mortificante normalità! Una normalità statistica.

Il bambino è portatore di ricchezza interiore e di rivoluzione creativa. Valori che dovrebbero essere incoraggiati a sbocciare e fiorire liberamente. A patto che questa esplosione di fantasia avvenga in un giardino protetto dall’autorità e dall’affetto dei genitori e degli insegnanti.

Il patrimonio infantile è preziosissimo, proprio perché portatore di innovazione creativa rispetto ad altre generazioni.

Non dovrebbe essere distrutto, né umiliato!

Assistiamo invece ad un sistematico richiamo del bambino all’ordine, a rimproveri e punizioni solenni ogni volta che devia, o non si attiene, o non risponde al sistema, o non si appiattisce. Il risultato è che a scuola nessuno impara a scrivere. E non mi riferisco solo alla capacità di scrivere romanzi e racconti, ma anche alla possibilità di fare un buon tema, stendere una relazione, tenere un diario, buttare giù dei pensieri, comporre una lettera, ecc.

Quante persone denunciano un vero e proprio panico di fronte al foglio bianco! E quanti, rileggendo il testo appena scritto, lo accartocciano e lo gettano via con amarezza perché non corrisponde a quello che avrebbero voluto scrivere…

Ecco. Queste sono solo alcune delle incongruenze tra contenuti della mente, e processi mentali capaci di creazione. La mente è in grado di generare oggetti finiti, talvolta molto raffinati. Come ad esempio una scrittura comprensibile e congrua, capace di porgere con semplicità e chiarezza il contenuto che vuole esporre. Ma dev’essere lasciata libera.

La scrittura espressiva avviene di getto. Lasciando che la mano compia il gesto grafico, senza consentire al pensiero d’interferire. In genere accadrà che il testo iniziale risulti molto grezzo, incomprensibile, sconnesso e scorretto. Ma è solo l’inizio. Non si deve cedere alla tentazione di rileggere, di tornare indietro per correggere.

Si deve solo andare avanti, procedere in modo fluido. Continuare a scrivere tutto, tutto quello che viene in punta di penna (o di tastiera). Sempre avanti.

Gradualmente, se avremo seguito questa modalità, la scrittura si farà sempre più chiara e comprensibile. Perché i contenuti grezzi della mente affioreranno e incontreranno spontaneamente e liberamente le regole della comunicazione. Quelle che abbiamo già interiorizzato da bambini interagendo con i genitori, con la nonna, con gli animali. E con il vento.

Allora, proprio come accade quando spilliamo il vino nuovo dalla botte, che dapprima ci apparirà torbido e scuro come feccia, ma che vedremo presto raffinarsi via via che continueremo a spillarlo, fino a stupirci del suo profumo e della sua limpidezza cristallina, così accadrà anche per il nostro testo. Perché diventerà gradualmente, e compiutamente, quello che volevamo che fosse. Un dipinto chiaro, congruo, lucido. Ma anche appassionante, coinvolgente. Perché conserverà tutto il profumo del fondo.

Bene. Ma com’è possibile scrivere senza pensare? E quando avremo la necessità di scrivere a tema, come potremo dimenticare il titolo dell’argomento che dovrebbe guidarci nella congruenza? Queste solo alcune delle domande che i miei allievi mi rivolgono di solito. Ebbene, se consideriamo la mente come un magazzino di oggetti discreti, già confezionati e distinguibili tra loro (accantonati là e stivati chissà da chi… e chissà quando…), allora avremo a che fare con una concezione assai riduttiva, un tipo di mente capace unicamente di esprimere il solo pensiero cosciente. Una mente che farà apparire per magia ora questo ora quell’oggetto, solo orientandovi sopra il pennello luminoso del pensiero cosciente.

Un errore grave ma frequente, considerando la struttura della mente e il suo modo di funzionare!

Le cose non sono già pronte e disponili all’uso, né tanto meno sono in attesa di essere tirate fuori e utilizzate. Non esiste nessun ripostiglio che conservi le cose pronte. La mente è una fucina di forze e di colori in continuo movimento, in grado di creare sul momento tutto quello che serve, nel qui ed ora dello spazio e del tempo.

Lo fa configurandosi e riconfigurandosi meravigliosamente, ogni volta che riceve uno stimolo.

Insomma, ogni oggetto confezionato, ogni prodotto finito, non è altro che una figura dinamicamente assunta dalla mente in un determinato istante, e colta come un fotogramma ricco di particolari e sfumature.

La mente si plasma e si modella, il nostro “Io operativo” coglie l’attimo e ne fotografa le infinite immagini che essa può assumere. Questi “oggetti”, prodotti in modo creativo, saranno utilizzabili nella realtà in modo progettuale e potente. La riconfigurazione mentale, dunque, avviene ogni volta che l’ambiente (interno o esterno) pone una richiesta. Gli oggetti mentali, dunque, altro non sono che istantanee colte nel corso delle operazioni plastiche di modellamento e rimodellamento della stessa mente.

Attimi e momenti di una sintesi poderosa e magica, granelli di pulviscolo disseminati dal plasma caldo e fluido delle profondità affettive.

A volte abbiamo la tentazione di considerarli definitivi, ma al pari dei mandala, altro non sono che disegni di sabbia colorata destinati a rompersi e disfarsi ogni volta, per essere ricostruiti e rifatti in modi sempre diversi e nuovi.

Con meravigliosa creatività.

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Domanda:

Questi di “Nudità” in quanto tempo li hai scritti?

Risposta:

Nella raccolta Nudità sono presenti ventidue racconti. Testi che ho scritto negli ultimi dieci o dodici anni. Ma ciascuno di essi è stato scritto in pochissimo tempo. Da un minimo di dieci a un massimo di venti minuti.

Quando la mente possiede una buona struttura, ed è libera, elastica, aperta… è anche potente, e può confezionare ogni genere di oggetti in pochi istanti.

La conoscenza, di fatto, non consiste nell’accumulo di nozioni e abilità, ma nella capacità di inventare quello che ti serve nel momento in cui ti serve, cioè al manifestarsi del bisogno.

Così, rispondendo all’incalzare di bisogni affettivi intensi, con gli occhi socchiusi, e da “stupido ubriaco”, evitando per quanto possibile di pensare, la fucina della mia mente si è messa in movimento, si è organizzata e riconfigurata. Gli esiti di queste ristrutturazioni sono gli oggetti-racconto che ho raccolto in Nudità.

I racconti più belli li scrivo così. Quando scrivo non so mai che cosa verrà fuori. Lascio fare alla mano. O meglio alle mani, visto che utilizzo il computer.

E’ come suonare il piano a orecchio. All’inizio vengono fuori note confuse e scoordinate, ma lentamente emergono sinfonie commoventi. Che mi fanno piangere mentre le scrivo, e mi fanno piangere ogni volta che le rileggo.

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Domanda:

Un’altra caratteristica ricorrente è l’uso della prima persona: come mai?

Risposta:

Scrivo in prima persona per una questione di congruenza. Perché racconto quello che capita dentro di me. Anche quando, apparentemente, mi riferisco ad altre persone o a personaggi di fantasia.

Quando parlo di una ragazza anoressica (Fame di niente) o di un ragazzo morto (Autocertificazione), oppure di una psicologa omosessuale e ubriacona (Figlia di guerra), mi riferisco, in metafora, a istanze della mia vita interiore.

E’ come nei sogni. Quando ci sembra di aver sognato di un amico, o del nonno, e siamo convinti che siano stati proprio loro ad essere venuti a farci visita nella notte, anche se solo nella nostra mente, in realtà sappiamo che ognuno dei personaggi sognati altro non è che il riflesso di una parte di noi. Un nostro aspetto profondo che ha bisogno di prendere sembianze riconoscibili per potersi manifestare.

Qualcuno pensa che io abbia raccontato la vita dei miei pazienti, magari mescolandola con la mia. Sì, questo è vero, se per vita dei pazienti, e la mia, intendiamo le vite interiori, i nostri processi mentali. Non già gli avvenimenti, o gli episodi e le vicende concrete.

Non si può scrivere efficacemente per imitazione, ma solo per identificazione.

Nel mio lavoro di terapeuta non potrei trattare il paziente come un soggetto da osservare. Non potrei “rubare” i suoi contenuti per farne dei racconti. Sarebbe un’inutile violenza da parte mia.

Lo scambio avviene in modo più complesso. Il paziente esprime contenuti mentali inconsci che si uniscono con i miei processi inconsci. Compito del terapeuta è saper leggere questo impasto di me e del paziente per restituire a questi una valida interpretazione. Che sia in grado di aiutarlo a percepire la vita in modo nuovo.

Questo impasto avviene in uno spazio condiviso, quello che fisiologicamente dovrebbe essere predisposto in ambito primario, nel mondo dell’infanzia, dai genitori e dalle figure primarie.

Quando scrivo, in definitiva, o quando sogno, quando faccio una seduta di psicoterapia, quando vivo… sono sempre io il protagonista della mia vita. Così i miei racconti, congruamente, sono tutti (o quasi) scritti in prima persona. Perché mi riguardano sia quando tratto vicende della mia esistenza personale, sia che mi occupi di altri.

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Domanda:

Vediamo se ho capito: dare voce diretta a un personaggio è un modo di aprirsi all’altro (anche se immaginario), dunque un modo per conoscere se stessi…

Risposta:

Dare voce diretta a un personaggio, più che un modo di aprirsi all’altro, è il segno che innanzitutto siamo aperti a noi stessi, e di conseguenza all’altro. Vuol dire che siamo capaci di accogliere il nostro interlocutore fino a consentirgli di unire i suoi umori con i nostri.

E’ così che posso incontrare l’altro dentro di me. E posso parlare con la mia voce, o con la sua, certo di esprimere contenuti condivisi.

Così non ci limiteremo a guardare l’altro come “altro”, ma come contenitore delle nostre istanze. La stessa cosa farà l’altro con noi.

I suoi processi mentali sono dello stesso tipo dei miei. Perciò posso identificarmi con lui senza temere di perdere la mia identità.

Per conoscere l’altro attraverso ciò che mi provoca dentro è sufficiente saper leggere dentro di me.

Questa, la strada maestra per comprendere l’umanità. La nostra e quella di tutti.

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Domanda:

Domanda d’obbligo: quanto c’è di autobiografico nelle pagine? Te lo domando perché ho avuto l’impressione che i tuoi racconti, al di là della forma, costituiscano tutti insieme un sussurrato romanzo su di te…

Risposta:

Verissimo. E’ un romanzo sulla mia vita concreta. Ma è stata armonizzata e condita con tutti gli aromi che caratterizzano la vita emotiva.

Alla fine è come se avessi scritto il romanzo del mio inconscio.

Voglio dire che non tutti gli episodi narrati nei vari racconti sono realmente accaduti. Ma dal momento che la mia non è una narrazione storica, ma espressiva, è volta a valorizzare emozioni e stati d’animo, atmosfere. Gli episodi, concreti o immaginati, mi servono unicamente per dare un volto narrativo e forma al racconto interiore.

Il volo, la figura femminile, i genitori, dunque, vengono “utilizzati” come punti di contatto con la realtà da un lato, ma anche come simboli universali per offrire al lettore spunti di partecipazione emotiva.

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Domanda:

Ne deduco che “Nudità” è in realtà uno specchio: dietro la finzione narrativa c’è l’uomo che di quelle finzioni è autore…

Risposta:

Più che uno specchio mi piace vedere Nudità come un ologramma.

Un’immagine fedele, anzi fedelissima, della mia vita interiore. Non una finzione. Al contrario! Una realtà vera e autentica.

Non importa se alcune di quelle vicende costituiscono soltanto spoglie prestate ai vissuti per renderli comunicabili.

L’episodio magari non è del tutto vero, ma tutti, tutti gli stati d’animo, a partire dal dolore, sono verissimi e pungenti.

Dunque non ho scritto cose finte ma solo cose vere. Per poterle comunicare in modo comprensibile, tuttavia, ho utilizzato quelle figure identificative che nel corso degli anni ho introiettato. Quelle che hanno dato origine alla mia mente.

Comunque sì, Nudità mi rappresenta completamente. In parte nella vita concreta, totalmente nella vita interiore.

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Domanda:

L’ultima: quanti dolori può accogliere in sé un essere umano?

Risposta:

Più che chiederci “quanti dolori” dovremmo domandarci “quanto dolore.”

Ancora una volta dobbiamo pensare alla mente come a un’unità complessa che produce nel suo insieme tutta l’attività. Parlare di dolore significa quindi parlare di una qualità della mente capace di segnalarci, talvolta con affanni e tormenti, che qualcosa sta cambiando, e che dobbiamo intervenire per adattarci.

Il dolore ha dunque un grande valore adattativo.

Il dolore provato da una persona non dipende da quanti problemi ha quella persona, ma da quanta sofferenza quella persona sia diventata capace di attraversare.

Quanto più siamo capaci di soffrire tanto più siamo forti e tanto più lo diventeremo.

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A casa dopo il lavoro faticoso. Mi tolgo le scarpe e mi siedo a tavola per la cena. Ma non ho fame. Ho lo stomaco chiuso.

Mi guardo intorno in cerca di qualcosa che spieghi l’inconsueta inappetenza.

Osservo con attenzione quello che di solito è scontato. Il televisore acceso, il tavolo imbandito, mia moglie dolce e affettuosa come sempre. Il piatto fumante che occhieggia invitante. Le posate che luccicano di brillantante. Sul tavolo pane fresco, acqua, vino, frutta.

Ma un movimento lieve e felpato attira la mia attenzione.

E’ Luna! La mia gattina morbida e dispettosa. Mi guarda col suo faccino bellissimo e rassicurante. Mi osserva. Seduta composta accanto alla mia sedia mi scruta attentamente. Di solito non lo fa. Non con quella dolce insistenza.

Il suo sguardo mi dice qualcosa. Mi avverte che anche lei sta indugiando. Perché sente il mio disagio. La mia disperazione.

E finalmente piango. Di un pianto accorato e irrefrenabile. Piango lacrime dolorose.

Stasera bambini e adulti non avranno la cena. Le loro bocche sature di calcinacci non avranno mai più un pasto caldo. Né colazione né pranzo. Non avranno un letto per dormire.

Mi riprendo. E decido di alzarmi dal tavolo.

Luna si avvicina sinuosa alla ciotola delle sue crocchette. Ma io non cenerò. Andrò in soggiorno a guardare la ferita che ha colpito la mia gente. E pregherò per loro. Che da stanotte hanno intrapreso una via crucis interminabile. Che durerà anni. Forse la vita intera.

Quante mamme e figli e nonne stasera senza cena, senza televisione, senza vestiti e senza casa. Senza niente. Senza affetti preziosi spezzati da morte improvvisa e violenta.

Dio… Dio Onnipotente che guardi tutti noi. Di tanto in tanto vuoi rammentarci la nostra fragilità.

E io accetterò. Per diventare più umile.

Poi farò il possibile per dare aiuto a una mamma abruzzese che nella tempesta della Terra ha perso la sua bambina preziosa che amava tanto.

La cercherò fra le tante, e le darò il mio soccorso.

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Lunedì, 6 aprile 2009. Giorno del terremoto in Abruzzo.

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Info

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Sono nato nella campagna abruzzese nel pieno della guerra. Dopo l’otto settembre del quarantatré la mia casa fu invasa dalle truppe germaniche. Avevo nove mesi.

Terrorizzato e affascinato dagli aeroplani alleati che venivano a bombardare gli occupanti tedeschi, fui segnato da quell’esperienza per sempre.

Mio padre si trovava in Dalmazia come Carabiniere combattente. Subito dopo l’armistizio fu catturato dai tedeschi e deportato in Germania come prigioniero di guerra. Lo conobbi al suo ritorno, quando avevo due anni e mezzo.

La mia è stata una formazione prevalentemente contadinesca. Sono nato e vissuto in un mondo medioevale. Una casa di argilla e paglia senza acqua corrente né elettricità. Con tanti alberi e animali, vento. E neve.

L’acqua si prendeva alla fonte del villaggio con la concarella di rame. E le sere venivano rischiarate da crepitanti fascine di lauro che rallegravano il focolare sempre acceso, o da solidi rami di quercia capaci di produrre brace e calore.

Quando serviva più luce il nonno accendeva il lume a olio o quello ad acetilene.

Sotto la grande quercia, in cima alla collinetta, restavo accoccolato per ore ad osservare le pojane.

Fu così che imparai a dipingere il cielo.

E un giorno lasciai dolorosamente quel paradiso tanto amato per andare a volare. Prima come ufficiale pilota osservatore dell’aviazione dell’esercito, e successivamente come pilota di linea nella compagnia di bandiera italiana.

Dopo diciotto anni di servizio, e seimila ore di volo, mi sono accorto che il viaggio intorno al mondo non mi bastava. E decisi di intraprenderne uno dentro il mondo.

Così mi sono laureato in psicologia e specializzato in psicoterapia psicoanalitica. Ma non ho mai smesso di coltivare l’orto, né di volare.

Vivo e lavoro a Trieste. Una città bellissima che si ferma davanti al semaforo verde. Affascinante e fredda come la Bora.

Ho conosciuto anni di duro confronto col dolore. E di riflessione.

La mia vita interiore inevitabilmente si è impastata con quelle dei miei pazienti.

Finché un giorno mi dischiusi alla narrazione. E riconobbi nella mia scrittura una modalità che riecheggiava la seduta psicoanalitica. Libera, spontanea. Dolorosa.

Per questa ragione la chiamai narrazione espressiva.

In lunghi anni d’ascolto ho imparato che crescere significa confrontarsi col dolore. Perché la vita è dolore. E amore.

Quando scrivo amo firmarmi il menestrello. Perché la scrittura è canto, ma anche diletto e gioco. Mi sembra che la vita, se presa troppo sul serio, rischi di diventare un peso intollerabile.

Mi percepisco, e spesso vengo percepito, arrogante e sopra le righe, ma anche forte e generoso. Intelligente.

A me piace immaginare me stesso come un contadino con le ali. O come un menestrello che canta il dolore. E che continua a stupirsi.

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