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Trieste è una non-città.

Fa freddo. Dentro e fuori.

Le persone che la abitano sono isolate. Ciascuno per sé. Perché manca l’idea del gruppo, della comunità e della famiglia.

I figli sono considerati un intralcio al divertimento e alla vita di coppia. E spesso diventano oggetti di proprietà del genitore di sesso opposto.

I triestini sono isolati. E forse proprio per questo sembrano tutti uguali. Uguali dentro, naturalmente. Dai comportamenti molto spesso stereotipati. Di fronte allo stesso stimolo, infatti, essi tendono a rispondere con lo stesso rigido comportamento.

Davanti al semaforo verde il triestino frena fino quasi a fermarsi. Perché ha paura che improvvisamente, e a tradimento, il semaforo possa diventare rosso.

Una volta i triestini amavano la Bora. E avevano sempre caldo, da Marzo a Novembre.

I nuovi triestini continuano a sentire sempre troppo caldo. Ma soffrono anche il freddo. E odiano la Bora.

Tutti vanno in palestra per diventare più belli. Tutti vanno al mare e a prendere il sole per diventare più belli. Tutti a dieta. Per diventare più belli.

L’immagine innanzitutto.

Qui non succede mai niente. Niente di tragico.  Niente di niente. E non ci si accapiglia per cose di poco conto. Al più ci si toglie il saluto e non ci si calcola più. Ci si elimina vicendevolmente.

Il triestino non è mai autenticamente allegro. La rabbia (repressa fino all’inverosimile) è la sua condizione abituale. Se lavora in un ufficio se la prende con gli utenti (che considera degli intrusi). Se lavora in un negozio se la prende con i clienti (che considera degli intrusi). E se la prende con chiunque interferisca col suo spazio. Specie con i propri familiari (intrusi anch’essi). Che si permettono di vivere nella sua stessa casa e di mangiare al suo stesso tavolo.

Il triestino dice di accettare tutti. In realtà non è in grado di accettare neanche se stesso, a meno che non sia bello.

I locali triestini: bar, trattorie, ristoranti… sono pieni di gente urlante. Uscire per locali è un’occasione, forse l’unica, in cui urlare non prende il senso dell’espressione rabbiosa, ma di convivio. Per cui tutti possono permettersi di comunicare urlando. Ma nessuno ascolta nessuno.

Trieste non ha una vera e propria identità. Perciò non sa appartenere, e spesso soffre della sindrome dell’altrove. Quando stava sotto l’Austria ha combattuto tenacemente per far ritorno alla Madrepatria italiana. La stessa cosa è accaduta sotto il Governo Militare Alleato. L’Italia è sempre stata percepita come la naturale madre del popolo triestino e veniva bramato il ricongiungimento ad essa. Per non parlare del breve periodo dell’occupazione titina! Ogni volta Trieste ha voluto l’Italia e ha lottato per appartenerle, ogni volta si è sentita tradita dalla Madrepatria. Così ha imparato a rivolgere la testa al passato indulgendo alla nostalgia e all’illusione che quella volta si stava meglio. Ma quando anche il passato non soddisfa più le esigenze del sogno perduto, si vaneggia l’idea di un nuovo Territorio Libero di Trieste. La città Stato!

Se Trieste è stata tradita dall’Italia, perché le sono stati proditoriamente espiantati gli organi vitali della produzione e dell’economia, ma allora… tutto il resto d’Italia da chi è stato tradito? Visto che le crisi economiche e produttive si sono susseguite, dal dopoguerra a oggi, su tutto il territorio nazionale?

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Fino alla fine degli anni sessanta (quando a Trieste c’erano pochi italiani e molti italianissimi) si respirava aria di frontiera. Non tanto (e non solo) per la vicinanza del confine jugoslavo (a Est), quanto per gli aspetti del tutto peculiari che caratterizzavano la città. I triestini che si recavano in una qualsiasi città italiana, infatti, dicevano che stavano andando in Italia. Nel senso che percepivano Trieste staccata dal resto della Nazione. Il confine, dunque, non veniva percepito solo a Est (verso la Jugoslavia), ma anche a Ovest (verso il resto dell’Italia). E veniva concretamente collocato presso il vecchio posto di frontiera del Territorio Libero di Trieste,  situato sulla Statale Triestina, nei pressi di Duino.

Insomma… il triestino di certo non si sentiva slavo, ma non si sentiva nemmeno italiano. Tutt’al più si proclamava italianissimo, ma più spesso (e volentieri), amava definirsi, un po’ retroattivamente, austriacheggiante. Di base, tuttavia, il triestino si è sempre percepito innanzitutto triestino. Quasi che essere triestino avesse il senso di una nazionalità a sé stante.

Adesso a Trieste non ci sono più gli italiani né gli italianissimi, ma solo i triestini. Essere triestino oggi, tuttavia, non ha più il senso antico di una stimmate di nazionalità, ma di un semplice modo di essere, di atteggiarsi, di mangiare, di comportarsi. Ma soprattutto di parlare. Triestino, perciò, è chiunque parli il dialetto locale. Chi non lo sa parlare o lo parla male (alla meridionale) al più può fregiarsi del titolo di triestese.

Un tempo nei negozi, negli uffici, per le strade e dappertutto, le persone si trattavano con grande gentilezza. Direi eccessiva. Tanto eccessiva che a me, che venivo dal sud, pareva finta. Tanto finta che negli anni ha finito per svelarsi diventando una comunicazione decisamente tagliente, ostile e aggressiva.

A partire dagli anni settanta Trieste è andata sempre più allineandosi con tutto il resto della penisola (negli usi, nei costumi e nel linguaggio), finché, ai nostri giorni, si è talmente allineata che ha sorpassato molte altre città.

Le relazioni interpersonali, di questi tempi, sono caratterizzate da ostilità. Anche quando si tenta di dissimularla. Anzi, specie quando si cerca di nasconderla.

I triestini non attribuiscono il loro cambiamento di stile alla televisione, ma alla massiccia presenza in città di profughi istriani. I meridionali vengono salvati, ma gli istriani sono cordialmente odiati. Perché viene attribuita loro la responsabilità di aver usurpato la maggior parte delle attività lavorative. Mai viene fatto riferimento alla scarsa propensione che il triestino ha nei confronti del lavoro.

Ma nonostante tutto Trieste non è una brutta città. Il problema è che non è una città. E’ bloccata. E le persone che vi risiedono tendono a essere rigide e chiuse.

Poche idee, ma molto ben confuse! Come ad esempio quelle relative alla minoranza autoctona di lingua slovena, che vive inscidibilmente integrata nella stessa città e che dai triestini di lingua italiana viene percepita come intrusa, quando non addirittura proveniente dalla Jugoslavia.

Pochi triestini sanno che i russi sono un popolo slavo e che la lingua russa è una lingua slava.

Ma Trieste non è solo questo. E’ anche un posto affascinante. La Bora è bella. E dolcissima.

Il cibo è molto buono. Non così ricco e vario. Ma quelle poche cose sono divine.

Jota, radicchio, strucolo de pomi, sardoni in savor, patate in tecia, gnocchi di pane, porcina con crauti senape e hren, terrano, refosco, salsicce di cragno… tutto buono, sano e gustoso.

I panorami triestini sono mozzafiato. Fanno sognare.

Io sono terrone. Ma non sono mai stato considerato tale. Al contrario, tutti mi vogliono bene e mi rispettano molto. Forse perché sono alto e castano. O forse perché sono laureato, specializzato e con una storia professionale intrigante. O forse perché non ho alcuna inflessione dialettale. E parlo un italiano pulito.

Se il Carso non fosse infestato dalle zecche sarebbe un luogo ideale per rotolarsi nell’erba.

Io mi accontento di guardarlo e di percorrerlo in lungo e in largo.

Sono sposato con una triestina che amo. I miei figli, che amo tanto, sono nati a Trieste.

Io sono abruzzese.

Ma vivo qui. Da tanto tempo.

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