Il valore dell'amicizia
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Mi chiamo Richard Keller. Avevo otto anni quando incontrai per la prima volta Mikhael… Mikhael Levy.
Ero un bambino piuttosto silenzioso. Sempre serio.
Abitavo a Varsavia, in Polonia. In una casa di campagna.
C’era un albero che dava sull’orizzonte. Il mio rifugio.
Quando sentivo il desiderio di stare solo, ci andavo e fantasticavo.
Mi piaceva anche perché non ci veniva mai nessuno. Era un posto isolato e meraviglioso.
Un giorno d’estate, mentre sognavo ascoltando la melodia delle foglie mosse dal vento e dal suono della natura, davanti a me apparvero due ragazzini, un bambino e una bambina.
Non avrei mai immaginato che qualcuno potesse trovare il mio posto segreto.
Il bambino mi si avvicinò e mi chiese come mi chiamassi. Poi mi invitò a giocare con lui.
Io mi presentai: “Mi chiamo Richard.”
Lui fece altrettanto: “Io mi chiamo Mikhael.”
Poi mi presentò la sua sorellina Sarah di quattro anni.
Scoccò in quel momento, dentro di me, un sentimento. Una scintilla d’amicizia.
Compresi che anche lui stava provando la stessa cosa.
E in poco tempo, grazie alla nostra amicizia, cominciai a manifestare spontaneità e contentezza.
Eravamo diventati inseparabili.
A volte giocavamo sotto il nostro albero.
Altre volte andavamo a fare scherzi nella periferia della città.
Lanciavamo dei sassi contro le finestre delle case e poi correvamo via o ci nascondevamo.
Liberavamo gli animali delle fattorie o sporcavamo i panni stesi ad asciugare nei giardini.
Una volta un contadino, al quale avevamo fatto scappare tutte le galline, ci corse dietro e riuscì a fermare me che ero inciampato.
Stava per colpirmi con un bastone, quando arrivò Mikhael che prese le mie difese dicendo che era stata colpa sua, che mi aveva costretto lui a farlo.
Così il contadino se la prese con lui, e gli corse dietro.
Ma lui si mise in salvo nascondendosi dietro un cespuglio.
Quella sera andammo sotto il mio albero, che ormai era diventato il nostro rifugio.
Parlammo tutta la sera.
Lo ringraziai per avermi aiutato.
La nostra amicizia era diventata più forte di qualsiasi cosa.
Ci abbracciammo promettendoci che saremmo restati amici per tutta la vita.
Ma arrivò un giorno…un brutto giorno, in cui mio padre mi comunicò che l’indomani ci saremmo trasferiti in Germania. Nella città da cui eravamo partiti quand’ero molto piccolo.
Io ero tedesco ma parlavo perfettamente anche il polacco dal momento che quasi tutta la mia vita l’avevo trascorsa a Varsavia.
Avevo 12 anni.
Quella sera non ebbi il coraggio di recarmi al mio rifugio.
Entrai nella mia camera e cercai di dormire.
L’indomani partii, insieme alla mia famiglia.
Me n’ero andato senza salutare i miei cari amici.
Avevo abbandonato il mio migliore amico e la sua sorellina. Per sempre.
Stavo troppo male e non me la sentivo di dire loro addio.
Ci separammo per molti anni.
La lontananza portò cambiamenti.
Ma nella vita si verificano situazioni inaspettate. A volte tragiche.
Nel 1939 la Polonia fu invasa dalla Germania nazista. Era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.
C’era Adolf Hitler al potere. Un austriaco, politico e leader del nazionalsocialismo tedesco. Dittatore assoluto in Germania a cui venne conferito il titolo di Capo dello Stato.
Hitler stabilì un nuovo ordine nazista in Europa.
La sua politica era orientata allo sterminio degli ebrei.
E vennero istituite leggi razziali contro di loro. Leggi che li limitavano nello svolgimento di quasi ogni tipo di lavoro, nel circolare liberamente in città, nel frequentare luoghi pubblici, e furono anche obbligati a indossare un marchio visibile di riconoscimento. Per distinguerli dalla razza ariana.
Da quel momento tutto cambiò.
La mia vita venne stravolta. Completamente.
La lontananza da Mikhael mi stava profondamente cambiando.
Mi stava riportando ad essere quel bambino silenzioso e cupo che ero un tempo. Prima di conoscerlo.
Molti ragazzi venivano travolti dalla corrente di follia del nuovo dittatore.
Venne istituita la Gioventù Hitleriana. Un’organizzazione giovanile fondata dal Partito nazionalsocialista che accoglieva i giovani e li preparava a servire nelle forze armate attraverso un sistema di addestramento militare e paramilitare.
A quei tempi io ero solo un ragazzino. Un adolescente di quindici o sedici anni. E mi trovai a condividere tutto questo.
Da qualche anno, ormai, facevo parte delle gioventù hitleriana ed ero stato addestrato per entrare nelle SS.
Ero alto, biondo e con gli occhi chiari. Un perfetto SS.
Quando io e Mikhael ci eravamo conosciuti nessuno dei due aveva mai dato importanza alle nostre rispettive differenze. Eravamo perfettamente uguali.
Ora lo dovevo considerare un nemico. Da odiare e da uccidere.
Dovevo dimenticare di essere mai stato suo amico.
Cancellare tutto ciò che c’era stato tra noi.
Dovevo convincermi che lui era come tutti loro. Un ebreo.
In qualità di ufficiale delle SS prestai servizio prima a Berlino e successivamente nella Parigi occupata dal nostro esercito.
Arrivò un giorno in cui ricevetti un ordine: venivo trasferito ad Oswiecim, Auschwitz in tedesco. Uno dei più grandi campi di concentramento di prigionieri ebrei.
Ero un ufficiale delle SS e compivo il mio dovere.
Gli ebrei che andavano via dai ghetti venivano ammassati sui treni per essere portati nei “campi di lavoro”.
A loro veniva detto che andavano a lavorare, ma in realtà stavano andando incontro alla morte.
Erano campi di concentramento destinati ad attuare lo sterminio.
Il mio lavoro consisteva in questo. Sterminarli tutti.
Uno per uno.
Senza pensare a quello che stavo facendo.
Agivo e basta.
Un giorno. All’improvviso. In mezzo al caos e alla disperazione. L’ho visto… Mikhael.
Ho rivisto il mio migliore amico d’infanzia.
Erano passati diversi anni dalla nostra separazione.
I nostri sguardi s’incrociarono.
Il suo era spento.
Vuoto.
Oscuro.
I suoi occhi inespressivi. Senza luce.
Io ero paralizzato.
Guardarlo mi terrorizzava.
Non potevo credere a tutto questo.
Si stava avvicinando a me.
Lentamente.
Stava per rivolgermi la parola.
Dovevo reagire. In fretta.
Avevo acquisito una mentalità fredda e inumana che mi aveva portato a fare cose mostruose. Terrificanti. Che non si possono cancellare.
Ho ferito. Ucciso.
Mikhael era una brava persona. Non meritava tutto questo.
Tuttavia avevo l’obbligo di essere imparziale.
Questo ha significato mettere fine alla sua vita.
Ucciderlo.
Adesso. Solo adesso. Mi rendo veramente conto di tutto quello che ho fatto.
Ho sbagliato. Ma il passato non si può cambiare.
Non ho fatto altro che vivere con un profondo e travagliante senso di colpa.
Oggi sono andato a trovare il mio migliore amico, Mikhael Levy, nel cimitero dov’è sepolto. Per chiedergli ancora una volta perdono.
Per pregare.
Per dirgli che la nostra profonda amicizia non è mai finita.
Per presentargli i miei due figli.
Mikhael e Sarah.
Antares
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