Trotta... trotta
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Trotta… trotta cavallino…
E’ notte. Il cielo urla d’angoscia.
Mentre il vento calpesta la terra, rendendola sterile. E fredda.
E’ così che mi sento. Fredda e sterile.
Ma ancora viva… di qualche palpito.
Che fare?
Nascondermi dentro di me?
Mi piacerebbe poter girare la testa.
Ma non posso.
Né di qua. Né di là.
Solo gli occhi… solo quelli scrutano impauriti e malfermi intorno.
Ma il mio campo visivo è maledettamente limitato. La visuale distorta.
Dormo poco e penso troppo a quel passato, che è ancora dolorosamente presente.
Lo subisco immobile. In trappola. Accerchiata da un bianco accecante e senza profondità.
Niente mi permette di capire che ore sono, che giorno è.
Il tempo è sospeso…l’ho fermato io perché lo voglio come me. Statico.
Per questo ho fatto togliere l’unico orologio che c’era, perché non ha più senso pensare al tempo.
La mia realtà è immutabile.
Il passato invece pulsa di mille immagini, colori. Sapori e odori. Emozioni…
E’ la vita… era la vita!
Non so più bene chi sono perché ho perso una parte troppo importante di me, ma so con certezza chi ero. Una pazza che viveva di emozioni forti, estreme. Pericolose.
Alla ricerca di qualcosa. Come spinta a bruciare sempre più velocemente.
Ero ansiosa di vivere, proiettata nel futuro, incosciente e disinteressata al presente.
Paracadutismo, bungee jumping, parapendio. Niente poteva spaventarmi.
Credevo di poter fronteggiare ogni situazione… fino a quel giorno.
Quella domenica in cui, in barba ai pericoli inutili, i miei amici mi proposero uno svago più rilassante.
Un bella gita dalla Rosy, nella pace delle sue campagne.
Era appena ad un’ora di macchina dalla città. Dopo aver lasciato la provinciale imboccammo una stradina sterrata che si inerpicava in cima a un colle.
La casa padronale era immersa nel verde.
Nell’aja qualche gallina.
Il cane sonnecchiava nella cuccia.
Odore di cose buone, e sane.
La Rosy, ospitale come sempre, aveva preparato un bel pic-nic.
C’era di tutto ma io non avevo fame, così presi solo qualche bicchiere di Prosecco. Giusto per rinfrescarmi.
Faceva un caldo afoso. Opprimente.
Forse anche per quello la testa mi girava un po’.
Decisi di andare a fare due passi, per riprendermi.
Fu allora che lo vidi.
Nero, lucente e forte… vivo!
Un magnifico stallone. Tutto muscoli e scatti.
Una forza della natura che dovevo dominare.
Ero una cavallerizza esperta, avevo vinto molti trofei.
Nessuno mi vide quando lo avvicinai. Lui era là… mi aspettava docile alla staccionata.
E mi parlava con i suoi grandi e profondi occhi: “Fidati, vieni… sali in groppa, trotta… trotta…”.
Una trappola. Una maledetta trappola.
Cavalcando sentii la voce della Rosy. Ma lontana… appena un soffio di brezza.
Non capii bene.
Mi raccontarono che la mia amica era come impazzita… mi urlava… m’implorava di scendere. Perché il cavallo non era domato, era pericoloso, gliel’avevano consegnato appena un paio d’ore prima.
Troppo tardi: ero già saltata in groppa.
Volevo… dovevo scoprire quale follia si celasse dietro quello sguardo di bestia selvaggia, assetata di vendetta.
Un mostro nero. Occhi iniettati di sangue, bava alla bocca.
Urlai!
Poi… la staccionata… un colpo secco…
E fu tutto buio. Più scuro del mantello del mio aguzzino, più cupo di tutte le paure di una vita, più feroce della morte.
Dissero che ebbi fortuna.
Perché restai viva. Già… viva e vegeta!
Anzi più vegeta che viva. Praticamente… una pianta.
E’ così che vivo da anni.
Ma non ho radici, né sono ancorata alla terra fresca e bruna.
Il mio nuovo mondo è un letto con le bande sistemato in una stanza bianca e asettica, per evitare a me e agli altri il fastidio di qualche virus intestinale.
Ma ricevo visite.
E non le voglio.
Non sopporto più gli sguardi acquosi e contriti dei vecchi amici che vengono a trovarmi, in cui si legge tutto il terrore per quello che mi è successo, insieme al biasimo per essermela cercata. In fondo ho rovinato la domenica anche a loro…
Così ho deciso che posso bastare a me stessa.
Anche grazie ai miei genitori, che mi hanno lasciato un bel gruzzoletto.
Sufficiente perché possa starmene qui a poltrire per l’eternità senza essere di peso a nessuno.
Quelli che mi assistono sono pagati. Perciò il servizio è buono. Non mi lamento.
Ormai non pratico più sport… non muovo più un muscolo da anni.
Sono paralizzata dal collo in giù per un capriccio.
I fisioterapisti vengono a rotazione. Mi toccano, mi massaggiano, mi fanno fare ginnastica per non ridurmi a un grumo di tessuti molli schiantati su un letto…
Ma io non sento niente. Non sento niente.
A volte vorrei sprofondare dentro di me, e diventare invisibile.
Ma devo… sono costretta ad accettare… a subire questa terribile punizione, necessaria per capire quanto sia stata stupida e vanagloriosa. Giovane e incosciente!
Da qui non posso andare avanti. Né tornare indietro.
Non guarirò.
Mai.
L’araba fenice
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